Vai al contenuto

Noi guardiamo all’America

Noi guardiamo all'AmericaE noi guardiamo all’America.

Gli Stati Uniti si avvicinano alla grande prova elettorale che si celebrerà, come ogni quattro anni, il 6 novembre. Sarà la conferma o il fallimento di Barack Obama e della sua amministrazione. Un’amministrazione che ha mirato a ricostruire un rapporto non solo diretto tra la Casa Bianca e il popolo americano, ma che ha riscritto gli equilibri sociali, di rapporto e fiducia politica in tutti i 50 stati. Un’alleanza politica che prima di essere un’alleanza nel Congresso è stata un’alleanza tra cittadini di estrazioni e provenienze diverse. La nuova America, sempre meno riconoscibile attraverso la lente pop che ce l’ha descritta nella seconda metà del ventesimo secolo.

Un’America che attraverso le sue crisi ha mostrato al mondo come la democrazia e la capacità di farsi popolo non solo non fossero un elemento di intralcio, ma la propria natura fondante, la propria forza incontestabile. Un’America dove la prima presidenza di un afroamericano non è stato un successo degli afroamericani, ma il traguardo di quegli stati uniti multiculturali, articolati in centinaia di identità in grado però di farsi nazione.

(continua a leggere su qdR)

L’incertezza che c’è

“L’insufficiente calo dello spread e’ dovuto alle insufficienze della governance dell’Eurozona e alle insufficienze rilevanti sulle decisioni del Consiglio del 28-29 giugno, oltre che all’incertezza del quadro politico” Così in una dichiarazione del Presidente Monti che ha sollevato più di un sopracciglio e che per alcuni sarebbe un attacco rispetto ai processi di decisione di uno stato democratico. E’ utile ricordare che lo Spread è un sintomo, l’ultimo sintomo di una malattia che attanaglia l’Italia da 30 anni, e che nessuno, nostro malgrado, è riuscito a curare fino in fondo. Abbiamo avuto governi migliori di altri e soluzioni di emergenza che ci hanno allontanato dal dover ammettere che un pezzo dell’Eurozona costruiva le premesse per economie più stabili e competitive della nostra.

La nostra malattia non è il distacco tra bund e btp ma un sistema Italia affaticato da un uso prolungato da strumenti di intervento pubblici nella gestione dell’economia interna Italiana, di un’asimmetria tra quelle energie nuove e giovani che dall’introduzione di sistemi di flessibilità sul mercato del lavoro dalla metà degli anni 90 hanno dovuto vivere e crescere in una competizione sleale con quelle forze già presenti e tutelate. Un’Italia che nell’indice della libertà economica stilato dall’Heritage foundation insieme al Wallstreet journal alla fine del 2011 è collocata penultima appena avanti la Grecia nei paesi dell’eurozona. Un’Italia dove chi voglia realizzare le proprie aspirazioni e contribuire in questo modo a produrre ricchezza e benessere per tutti deve prima di tutto sfidare l’assurdo groviglio di lacci e lacciuoli che farebbero impallidire l’azzeccagarbugli manzoniano. E a queste energie offriamo un’istruzione e un sistema paese non solo inefficiente ma vorace, che pur non correggendo le proprie insufficienze continua invece a crescere. (continua a leggere su Gazebos)

PD: PARISI, BERSANI METTE PIETRA TOMBALE SU PRIMARIE

(ANSA) – ROMA, 14 LUG – ”Capisco che, con tutti i guai che abbiamo, parlare di primarie e’ l’ultima cosa che ad uno puo’ venire in mente. Anche se nella distrazione generale l’Assemblea del Pd potrebbe non essersene accorta, oggi sulle primarie Bersani ci ha messo comunque sopra una bella pietra tombale.
Penso alle primarie vere”. Lo afferma in una nota Arturo Parisi.
”Mentre rinvia all’autunno le decisioni sul se e sul come, – prosegue Parisi – gia’ dire come ha detto Bersani che ‘il Segretario del Partito Democratico’ partecipa ‘in ossequio alle regole statutarie’, e’ dire tutto. Dire in terza persona ‘il Segretario del Partito’ e non ‘io Pierluigi Bersani’ in prima persona, e ribadirlo con le nitide parole di D’Alema, sta infatti a dire che in gara siamo ‘noi il Partito in quanto tale’ e che, essendo il Partito in quanto tale a vincerle o perderle, l’organizzazione del Pd e tutti noi non potremo non metterci pancia a terra al servizio di questo obiettivo. Questo anche perche’ poiche’ la data del loro svolgimento dovrebbe essere, a dire di Bersani a ‘ragionevole distanza dalle elezioni e cioe’ entro la fine dell’anno’, come a dire a poco piu’ di un mese dall’inizio della campagna elettorale, il Partito non puo’ permettersi di perderle”.
”Se le primarie non fossero sicuramente preordinate al risultato atteso – aggiunge il leader degli ulivisti – potremmo finire infatti per assistere, questa volta si’, al piu’ spettacolare ‘big bang’ della breve storia della Seconda repubblica. Come gia’ e’ accaduto per le primarie a Sindaco nei principali comuni, il Pd entrerebbe infatti nella campagna elettorale sconfitto nelle primarie che lui stesso ha voluto in questo modo. Ma questa volta – conclude – senza neppure la soddisfazione di vedere vincere il candidato comune del centrosinistra nel posto di Sindaco d’Italia, non fosse altro perche’ questo posto non esiste”. (ANSA).

PD. PARISI A BERSANI: DOPO SCIPIONE E CARONTE LE PRIMARIE?

 
(DIRE) Roma, 2 lug. – “Capisco il caldo, ma se Bersani pensa che leprimarie non abbiano a che fare ‘col problema dell’Italia’ sarebbe meglio chiuderla qua, gia’ oggi. O infatti crediamo che le primarieservano per consentire ai cittadini di scegliere democraticamente come risolvere il problema dell’Italia o altrimenti limitarsi a prometterle genericamente senza definire con precisione il percorso, questa si’ che e’ roba da 118″. Lo dice Arturo Parisi, che attacca: “Non vorra’ mica che si continui per tutta l’estate a discutere di primarie si’ e primarie no, primarie quando, eprimarie perche’? Come se la distanza dalle prossime elezioni si misurasse ancora ad anni e non invece ormai a mesi. Si spieghi e ci spieghi quindi Bersani a che cosa servano mai le primarie che lui stesso ha proposto e promesso, o la chiuda li’. Abbia pieta’ di noi. Glielo dico da sostenitore convinto delle primarie come sono sempre stato. Non vorrei che a Scipione e Caronte si aggiungessero anche le primarie“.

Game of thrones – una storia italiana

 Scritto insieme ad Andrea Mancia

Si è conclusa da poco la trasmissione in Italia della seconda stagione di Games of Thrones (“Il Trono di Spade”) la raffinata e amatissima serie televisiva tratta dalla saga fantasy A Song of Ice and Fire(“Cronache del ghiaccio e del fuoco”) scritta da George R. R. Martin.Games of Thrones è stata prodotta da HBO, canale via cavo statunitense celebre per serie che spaziano da Dream On (1990-96),Sex and the City (1998-2004), The Sopranos (1999-2007), Curb Your Enthusiasm (2000) fino a Board Walk Empire (2010) e alla prossima attesissima serie Aaron Sorkin the Newsroom, scritta e prodotta dal creatore di West Wing e The Social Network. “Il Trono di Spade” è una serie televisiva di alta qualità, largamente premiata dagli ascolti in America e nel resto del mondo, Italia compresa. Cosa possiamo fare per sopravvivere all’attesa della terza stagione, se proprio non abbiamo i muscoli per sollevare i pesanti volumi scritti da George R. R. Martin? Potremmo, per esempio, provare a tracciare un parallelo tra l’ambientazione ricca e quasi labirintica della serie e la realtà politica italiana, sapendo che scontenteremo qualcuno e che, inevitabilmente, riveleremo più di un colpo di scena. Se non avete visto le prime due stagioni della serie, insomma, fermatevi ora. E tornate a leggerci solo quando avrete assolto la vostra parte. Altrimenti, sappiate di essere stati avvisati. (continuate a leggere, a vostro rischio, su qdR)

Non sparate sugli staff

Immagine

Pubblicato su Europa, il 19 giugno 2012

E di improvviso l’orrore per la carriera politica degli staff, un po’ perché è una frase che sembra avere un suono adatto in questi giorni funesti antisistema un po’ perché Retequattro ha interrotto da troppo tempo le repliche di West wing che avevano portato con la maestria di Aaron Sorkin le qualità e le specialità che agiscono intorno agli attori politici alla giusta ribalta.
Questa è una difesa della categoria, lo scrive uno che di uno staff fa parte, che ci perde il sonno e che, diciamolo con franchezza, ci si diverte. La vulgata che l’attività di collaborazione con i parlamentari o con chi ricopre cariche istituzionali debba essere considerata squalificante è semplicemente sbagliata e fare finta di niente non solo non aiuta chi questo lavoro lo fa con passione ma contribuisce all’idea di una classe politica appiccicaticcia e tutta uguale.
A dare conforto a tutti noi forse è utile ricordare chi ha lavorato in questi incarichi. Possiamo per esempio citare uno di quelli di cui si parla spesso di recente, quel François Hollande che il 6 maggio è diventato presidente della repubblica francese che nei primi anni ’80 lavorava nello staff di Max Gallo, l’allora portavoce di Mitterand. Continua a leggere…

Con gli occhi in Grecia

Immagine

Scritto insieme a Paolo Rampi

Della Grecia possiamo parlare con cinismo ricordando gli errori, i benifici goduti con poco riguardo e la condotta del loro welfare sociale solo fino a che non la vediamo oggi con i nostri occhi. La Grecia dell’Unione Europea era un’altra cosa, superata la dracme alimentata da forti flussi turistici interni ed esterni, in competizione per ospitare le olimpiadi, crocevia del mediterraneo quanto noi o forse anche più di noi. Attraversare la Grecia oggi non fa lo stesso effetto, parlare con i greci non ci trasmette altro che un nuovo senso di straniamento rispetto ad un mondo cambiato in poco più di dieci anni.

La Grecia che oggi svuota i centri urbani fino a pochi mesi fa simbolo della maturità economica a favore dei piccoli centri e delle campagne assomiglia ad una corsa contro il tempo, si cerca una posto dove poter vivere con quello che si ha, che oggi è meno della metà di quello che si possedeva. Il potere d’acquisto di uno stipendio di un dipendente del settore terziario si ridotto ad un terzo. Se a quella parte di paese che si è arricchita nonostante e la crisi cambia poco per la stragrande maggioranza dei greci lo stravolgimento ha cambiato la vita. In Italia, nonostante la tensione e la strisciante paura sulla stabilità delle banche ci sembra immaginare la scomparsa dei farmaci dagli ospedali non è nemmeno un’ipotesi. Parliamo di quei farmaci salva vita ma costosissimi (gli anti tumorali) una volta coperti al 90% dallo Stato Greco, oggi introvabili. (continua a leggerlo su Gazebos)

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.