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Super thuesday: ovvero l’arte dell’underdog e le armi del top dog

8 febbraio 2008

E’ stato un lungo martedi 5 febbraio quello che doveva segnare la fine delle primarie per la nomina del partito democratico a candidato presidente ma che visti i risultati ha semplicemente segnato una sorta di pareggio sulla conta dei delegati. Come osservatori esterni, non americani, non calati nel racconto reale della campagna è difficile seguirne coerentemente gli sviluppi e riceviamo solo alcuni frammenti distorti dai nostri media locali che cercando di tradurre la storia americana in modo che sia a noi digeribile ma ci impedisce di vedere i dati importanti. Obama vince in 13 stati, alcuni dei quali a maggioranza bianca, dove hanno giocato un ruolo dominante gli indipendenti. Hillary ha vinto in tutti quegli stati dove il partito democratico è storicamente più forte e sorprendentemente ha guadagnato il voto degli ispanici che mi aspettavo invece direzionato verso un candidato più morbido sulla gestione dei confini e verso l’immigrazione in generale.Negli ultimi giorni prima del super martedì sono esplosi altri due momenti di marketing comunicativo.Le lacrime Clinton,dopo un accurato spinning.

 

Sottolineo l’abile spinning perchè merita attenzione, se credete che io sia paranoico commette l’errore di sottovalutare i candidati all’incarico elettivo più importante del globo. Il professore dell’adolescenza di Hillary Clinton esprime il suo più sincero apprezzamento per la strada fatta dalla sua promettente allieva e rimarca come lei potrà essere pronta ad assumere il comando dal primo giorno. La Clinton, che ha sempre il problema di sembrare fredda, cinica e distaccata, si commuove. In questo caso non è però quello che gli americani chiamerebbero nervous breakdown (esaurimento nervoso per noi italiani ndr) ma piuttosto qualcosa per cui è giusto commuoversi, arriva in un colpo solo a smussare l’arroganza del personaggio e a spazzare via l’episodio precedente. Il collegamento e lo spostamento compare quando è lei stessa a dire “avevo promesso che non mi sarei più commossa”. Da manuale.  Obama, il grande underdog, sfrutta costantemente il suo ruolo di inseguitore superando costantemente aspettative che lui stesso cerca di imporre, e questa è una forma di arte. Supera di continuo le asticelle del budget, del consenso, della tipologia di consenso senza però mai perdere la tensione della sfida. “Yes, we can” è un motto straordinario che vive nella sfida di chi contro ogni previsione vuole vincere. Non potrebbe essere lo spirito del candidato in pectore. Se il voto tuttavia è divisibile in 3 tipologie (appartenenza, scambio, opinione) Obama per avere accesso a qualcosa di diverso dall’opinione deve sempre essere apparire come un candidato reale, possibile che possa vincere e questa forse era la sua sfida più difficile che oggi è superata. A poche ore dall’inizio del grande martedì un video inizia a circolare ed è la mistica della sfida a trionfare.

 

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