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Il partito liquido e le sue sconfitte

5 maggio 2008

Classe dirigenteEsiste un vecchio modo di dire che asserisce che le qualità di un buon vincitori sono spesso meglio dimostrate da una dura sconfitta. La saggezza popolare, densa di ricordi e di acume, cosi sembra voler mettere alla prova il nostro nuovo partito e la dirigenza che l’ha guidato fino a qui.

Oggi il partito democratico ha una percentuale inferiore al 34%, ha perso 400 mila consensi e molti di più se si lavora sui dati assoluti consci che presto una nuova sinistra si riposizionerà nell’arco parlamentare.

Alla sconfitta delle elezioni politiche abbiamo potuto con amore della saggezza popolare affiancarvi subito la sconfitta del comune di Roma, una sorta di baluardo psicologico per il centro sinistra e l’ulivo.

Non so se possiamo definirci buoni vincitori per quanto abbiamo perso ma sicuramente non siamo dei buoni vincitori sul come abbiamo perso e su come stiamo reagendo alla sconfitta. L’eccesso di compostezza potrebbe essere facilmente frainteso o beninterpretato come la contenuta riservatezza verso l’esterno di una classe dirigente che sta duramente facendo i conti con se stessa e che prenderà gravi decisioni.

Sono passate ormai settimane e di queste gravi, o quantomeno simboliche, decisioni non riesco a trovarne traccia. Non un gesto da Veltroni, non da Franceschini e neppure da chi ha guidato il partito sul territorio romano. Siamo realisti nessuna di queste cariche sarebbe stata rimossa con un colpo di mano, non ce n’e’ il tempo e non esiste una classe dirigente alternativa e tuttavia bisogna dire con serenità che chi perde deve assumersi pienamente le sue responsabilità di leader o falcidiare metà delle direzioni che hanno condotto l’organizzazione in quella situazione.

Cosi si genera ricambio, cosi contribuisce a ringiovanire la politica ed ad uscire da quel distacco irreale che si respira nella distanza metafisica tra circoli e organi dirigenti.

I motivi della sconfitta sono evidentemente difficili da identificare ma certi sacrifici sull’altare della comunicazione politica oggi mi danno un senso di inquieta malinconia. Penso al modo con cui abbiamo lasciato che venisse trattata la storia degli ultimi 15 anni di vita politica, penso allo sdoganamento delle anomalie democratiche.

Il partito liquido è questo? una sostanza che al massimo cambia forma e non si rompe mai? che non altera i suo equilibri interni?

Ritengo che sia oggi che dobbiamo farci male, guardarci dentro e tirare fuori dalle necessità una nuova classe dirigente, o se non ci riusciamo almeno chiederla o chiamarla a gran voce.

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From → analisi

2 commenti
  1. La tua analisi è – come spesso accade – molto acuta, molto chiara e molto azzeccata. Non sta cambiando nulla perchè non si può “fare un vestito nuovo con gli stracci vecchi”. La dirigenza deve cambiare, deve “convertirsi” – mi si passi questo tipo di linguaggio – ovvero se anche non cambiano le persone devono cambiare gli atteggiamenti. C’è voglia di trasparenza, di nuovo, di responsabilità di fronte a tutte le vicende e c’è voglia di non vedere più i leader cadere sempre in piedi. Io almeno ho voglia di questo…

    Il PD – per me – è e deve essere un partito riformista di massa post ideologico e deve essere democratico a partire dalle proprie strutture di autogoverno altrimenti non c’è differenza con il PDL.

  2. voglia di responsabilità è una splendida sintesi che hai fatto. vera e necessaria. quello di cui il paese ha bisogno.

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