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Chiedere ciò che è giusto

22 luglio 2008

Dalla giornata della manifestazione contro le leggi vergogna i tempi si sono compressi, e come spesso avviene la mia capacità di traslare ragionamenti da linee sconnesse di pensiero a frasi compiute ha subito le maggiori prepotenze del periodo.

Una lettera tuttavia mi impone di intervenire, una lettera che rende sua la richiesta più semplice che l’agone democratico, per essere tale, deve accettare come caratteristica assoluta: il rispetto delle regole. Nella storia di regole ce ne sono state sempre tante, molte scritte male, molte dettate dalla follia ma in democrazia si segue una strada chiara fatta di espressioni e rappresentanza.

Il partito democratico oggi tradisce il suo stesso nome trascinando se stesso di metro in metro in nome di un obiettivo non chiaro, di una funzione da rispettare ancor prima di rispettare la propria identità. Non è Macchiavelli, prestate la dovuta attenzione, perchè cadere nella banalizzazione è questione di pochi istanti.

La ragione di stato, ovvero un’etica fondamentalmente inumana in grado di piegare le regole alla sopravvivenza comune, è materia che non deve essere esercitata dai gruppi ne’ tantomeno dai partiti politici perchè tradisce lo stesso campo reso vivo dall’azione di attori consapevoli. Cosa sarebbe una partita di calcio in un campo dove i confini non sono rispettati?

Per questo a quel giorno in cui tutti sbagliammo qualcosa, strada o linea scegliete voi, dobbiamo tornare.

Vi allego la lettera ricevuta dal Prof. Arturo Parisi.

“Roma, 15 luglio 2008

alle delegate e ai delegati dell’Assemblea Nazionale del Pd
pc. alle parlamentari e ai parlamentari del Pd

Cara/o delegata/o,

sono passati esattamente nove mesi da quando, rispondendo alla proposta dei
partiti promotori, più di tremilioni e mezzo di italiani, quasi il trenta
per cento degli elettori del Pd,  in un giorno dello scorso ottobre che
ricordiamo ancora come un giornata di festa, hanno messo col loro voto le
fondamenta per la costruzione del Partito Democratico.

Recandosi in tutta Italia nei seggi elettorali, come avevano già fatto a
milioni nelle primarie dell’ottobre 2005, essi hanno dato ancora una volta
la prova della esistenza nel nostro Paese, soprattutto nel campo di
centrosinistra, di una grande quantità cittadini che non si accontentano di
una democrazia intermittente. Recandosi nel 2005 e nel 2007 ai seggi
elettorali, essi ha confermato la disponibilità e la richiesta di
partecipare non solo a manifestare una risposta su proposte avanzate da
altri, ma di partecipare alla formulazione della stessa proposta, sia che
questa riguardi chi deve svolgere le diverse responsabilità politiche sia
che riguardi contenuti e orientamenti da svolgere nelle istituzioni. E,
facendolo in una misura enormemente superiore a quella dei partecipanti e
degli stessi iscritti negli elenchi dei tesserati ai partiti, hanno ancora
una volta messo in evidenza i limiti e l’insufficienza dei partiti che
abbiamo ereditato dal passato, o, almeno, i loro limiti nella condizione
nella quale erano finiti nel momento in cui li abbiamo ereditati dal passato.

A rappresentare questi cittadini tu ti sei a suo tempo candidato, così come
hanno fatto decine di migliaia di cittadini, e come ho fatto anche io nel
collegio della mia città. Da questi cittadini tu ed io siamo stati eletti
perchè dessimo voce al mandato che era implicito nella candidatura che ci
impegnavamo a sostenere per la segreteria del partito, ma ancor più perchè
svolgessimo quel confronto che dentro le primarie non era stato reso
possibile, e, a partire da questo confronto, prendessimo poi le decisioni
conseguenti.

Non è quello che è capitato.  Come sai l’Assemblea Costituente del Partito è
stata da allora convocata tre volte. Ma ogni volta si è svolta senza che che
sia stato possibile dar luogo ad un vero dibattito e soprattutto si è
conclusa con voti di acclamazione che hanno sancito decisioni già prese.
Nessuno si è perciò meravigliato se in questo modo la partecipazione larga
nel primo incontro, si sia ampiamente ridotta nel secondo, per ridursi
praticamente ad una infima minoranza nell’ultimo. Quel che è peggio è che
nell’ultima riunione la Assemblea è stata di fatto “suicidata”, con
l’intenzione di mettere così termine al percorso delle primarie, attraverso
modifiche statutarie che contrastano lo Statuto appena approvato, e i poteri
della Assemblea sono stati trasferiti ad una Direzione eletta secondo la
prassi consolidata nelle precedenti assemblee, e costituita nel rispetto di
appartenenze di gruppo definite a partire da abitudini e frequentazioni
passate più che da differenze di opinioni politiche presenti. Nè d’altra
parte si capisce come altrimenti potrebbe essere composta la Direzione una
volta che il partito è stato privato di occasioni di confronto che ci
consentano di conoscere le rispettive opinioni politiche e quindi, a partire
da esse, unirci, o distinguerci tra di noi.

Non è nelle intenzioni di questa lettera quella di intrattenerti sulle
contestazioni formali relative alle trasgressioni della democrazia e della
legalità di partito. Di queste decideranno gli organi competenti presso i
quali alcuni delegati hanno già presentato un formale ricorso nell’interesse
e solo nell’interesse del partito. Di queste dà conto più dettagliato la
nota che allego alla presente.

Quello sul quale voglio richiamare la tua attenzione, al di là della forma,
è la  sostanza del problema. Quale che sia il giudizio sulle cause che ci
hanno condotto a questo punto, è difficile infatti non riconoscere che, a
nove mesi dalle primarie, il partito si trovi in una condizione che nessuno
avrebbe allora immaginato. Molti, avvertiti come me dal crescente abbandono
di nostri elettori verso l’astensionismo, o verso altre scelte politiche o
antipolitiche, guardano con grande preoccupazione alle prove che ci
attendono. Altri sono invece più ottimisti e pensano che i consensi raccolti
costituiscono una solida base di partenza per ulteriori avanzamenti. Altri
ancora nascondono invece purtroppo le attese di futuri esiti  negativi
pensando che essi possano facilitare la ridefinizione dei rapporti interni
al partito quasi che le prossime elezioni europee possano svolgere la
funzione di un congresso. Sullo sfondo di questi diversi scenari il corpo
del partito è intanto attraversato e diviso da dibattiti spesso aspri su
temi che per il loro rilievo sono destinati a definire l’identità e a
decidere del futuro del partito. Dalla legge elettorale al federalismo
fiscale, dalla dissoluzione di alleanze passate alla ricerca di alleanze
nuove, dalla giustizia alla economia. Quel che qui conta è che questi
dibattiti si svolgono dappertutto, all’infuori che nelle sedi ufficiali del
partito, e che sono spesso pensati per segnalare presenze, affermare
preminenze, anticipare dissidenze. Iniziative che, come è stato detto,
potrebbero anche proporsi come affluenti del grande fiume del partito, ma
che privi invece di un approdo vanno producendo un pantano che si allarga
ogni giorno di più.

E’ pensando a questo rischio che, all’indomani delle elezioni politiche e
della prima grave sconfitta subita al Comune di Roma, avevo condiviso la
proposta che il segretario del Partito aveva avanzato, anche se all’interno
di organi informali e in modo informale, per l’apertura di un percorso
congressuale che consentisse quel largo confronto e quella verifica comune
che non era stata possibile in passato nè dentro le primarie, nè dentro
l’Assemblea Costituente che le primarie avevano eletto proprio a questo
fine. Una proposta respinta nell’immediato da quasi tutti: chi con
l’argomento che non se ne vedevano i presupposti, chi con la proposta di
rinviare tutto all’indomani del risultato delle europee. Altri invece
obiettarono che piuttosto che pensare a percorsi straordinari era meglio
utilizzare quelli ordinari. E perciò fu convocata l’Assemblea Costituente
con l’idea che potesse finalmente affrontare e decidere tempestivamente i
temi in agenda. E anche per questo si decise di dedicare finalmente ad essa
due giorni. Era e sarebbe stato quello il nostro Congresso si disse. Se non
è un Congresso un organo di 2858 persone cosa è mai un congresso? Si disse.
Se non è un Congresso un organo eletto da 3.554.000 persone cosa mai è un
congresso? Si aggiunse. Il guaio è che è stato detto con vanto, mentre lo si
sarebbe dovuto dire con vergogna. Quale partito si sentirebbe infatti di
avviare il percorso che noi abbiamo avviato, con l’enfasi che abbiamo dato
alla partecipazione diretta, con la risposta che abbiamo raccolto, con la
domanda che abbiamo alimentato, per interromperlo poi così come noi lo
abbiamo interrotto? Come accettare che questo partito sia proprio il nostro
Partito, il Partito che in nome delle primarie si è presentato agli italiani
come un partito nuovo, il Partito Democratico?

E’ per questo motivo, che da delegato a delegato, prima di arrendermi
definitivamente alla realtà, sento il dovere di chiederti di associarti alla
mia richiesta per una nuova convocazione della Assemblea Costituente, perchè
possa finalmente dibattere, ma ancor più perchè, nel rispetto delle regole
che ci siamo dati con lo Statuto, possa decidere del futuro del partito.

E’ una richiesta guidata solo dalla passione che tu ed io abbiamo per il
partito e per la democrazia in Italia, una richiesta che prescinde dalla
condivisione tra noi di posizioni sui distinti argomenti ora in discussione.

Se convieni sulla sostanza delle mie preoccupazioni e convieni sul senso
della mia proposta ti prego di darmi un riscontro all’indirizzo dal quale ti
scrivo.

Ti ringrazio per l’attenzione e ti saluto con amicizia

Arturo Parisi”

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