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Referen-tu

19 novembre 2009

Il referendum sulla riforma elettorale celebrato il 21 e 22 giugno 2009 non ha raggiunto il quorum. La affluenza è stata rispettivamente di:

  • per il quesito 1 il 23,45% degli elettori
  • per il quesito 2 il 23,45% degli elettori
  • per il quesito 3 il 24,05% degli elettori

(fonte ministero degli interni)

Le analisi fatte fino ad oggi sono senz’altro valide ed interessanti, personalmente ho preferito aspettare che il dibattito si fermasse per poterne parlare a mente fredda e lucida avendo già metabolizzato un dato non entusiastico di un’esperienza importante, nella quale ho svolto un ruolo di responsabilità.

Ogni analisi politica dovrebbe riuscire ad essere solida, stabile anche nell’incertezza e quindi dovrebbe avere una forma di prudenza nel disegnare ipotesi, specie lì dove i dati a disposizione sono inferiori e meno coerenti. Mi accingo a questa breve riflessione con gli strumenti dell’appassionato e non del tecnico.

Il primo fatto è che il referendum è all’interno di un ciclo progressivo di abbandono della partecipazione:

affluenza

Ed è questa normalità che assume nei miei ragionamenti un ruolo principale perchè apparentemente nega che la spiegazione del mancato raggiungimento sia da attribuire alle pur molte stranezza ed unicità avvenute nella campagna elettorale, le stesse nelle quali faccio riferimento nella difficile diretta delle 17:00 del 22 giugno.

Questa difficoltà di cui parlo sono identificabili negli argomenti dei difensori dell’esperienza del referendum come unicum e non come parte di una tendenza.

  1. La campagna referendaria non aveva mezzi economici sufficienti
  2. La copertura mediatica è stata minima, sia sulla carta stampata che in televisione
  3. Gli argomenti del referendum erano troppo specifici o tecnici
  4. Il disinteresse dei partiti
  5. La data del voto sfavorevole per la vicinanza con le elezioni europee

Sulla quantità dei mezzi economici non ci sono molte argomentazioni che si possono usare tranne osservare che la quantità di denaro impiegata, una volta superata la quota che rende praticabile l’elezione, non è in grado di influenzare così drasticamente un risultato. Sempre osservando la tendenza e partendo dal fatto che le precedenti tornate referendarie hanno avuto una disponibilità economica drammaticamente superiore (fino a 10 volte il budget questo) ulteriori investimenti economici avrebbero avuto, a mio giudizio, un impatto meno che proporzionale. Dato il doppio della propaganda si ottiene meno del doppio dei voti.

Appare evidente, proprio osservando le affluenze che chi sostiene la non partecipazione come scelta attiva e che, di conseguenza, vorrebbe intestarsi questo 85 per cento come suo elettorato fa un operazione furbesca e (nemmeno troppo proprio) per la tendenza regolare all’abbandono delle consultazioni.

L’osservazione dello svolgimento del campagna referendaria e la piena consapevolezza della tendenza alla non partecipazione al referendum mi fa credere che in questo paese ci sia un 23 o un 24 per cento di elettori fisiologici che si informano e decidono, che per loro natura tendono ad assumere comportamenti elettorali progressisti. Il non voto si appoggia e si confonde ma non puo’ sollevarsi come un opinione politica articolata.

Il mancato raggiungimento del quorum è proprio da attribuirsi al mancato coinvolgimento sociale dei partiti che, nella loro veste iper moderna non sono più strumento di trasmissione e di stimolo dell’elaborazione politica nelle strutture di base ma piuttosto un numero ridotto di luoghi di racconto politico dove narrazioni complete vengono diffuse capillarmente dai nuovi media di massa. La popolazione democratica è costretta quindi non solo ad assistere ma nel manifestarsi di una necessità sociale è privata di quei referenti che in primo luogo sono in grado di recepire il disagio esistente ma soprattutto di trasformare il disagio in proposta politica.

Oggi ci troviamo ancora con quella legge, che continua ad essere una legge sbagliata. Siamo più deboli, perchè un corpo vivo come la società perde sempre di più la propria resilenza adattandosi ai vizi strutturali che sono intercorsi. Siamo, come attori politici, socialmente più stupidi di ieri perchè parliamo tra cittadini sempre meno e riceviamo stimoli sociali sempre minori.

Concludo con una nota di amarezza questo ragionamento che ho iniziato qualche mese fa con una battuta: “il futuro è alle nostre spalle”.

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From → analisi

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