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Se ritornano i progressisti

23 settembre 2010

Vi segnalo l’articolo di Antonio Funiciello su Europa oggi, la sua analisi è lucida quando agghiacciante.

Qui si torna ai Progressisti

Con i due poli occupati prevalentemente in discussioni interne, le elezioni politiche, che i più danno per prossime, non assicurano scenari futuri entusiasmanti. Anzi, il linguaggio utilizzato dai maggiori protagonisti della scena pubblica (a destra, al centro e a sinistra) richiama vicende passate, trascorse più o meno in gloria. Non si tratta soltanto di recuperi eccellenti, come quello del tanto vituperato Mattarellum da far rientrare nella finestra dopo essere stato messo alla porta dall’inguardabile Porcellum. O, addirittura, restando in ambito elettorale, l’idea che una riforma elettorale che annulli il premio di maggioranza e ristrutturi il vecchio proporzionalismo, riportando le lancette della recente e magra storia patria indietro di vent’anni. Fino magari a pensare di poter eliminare chirurgicamente sul corpo istituzionale del paese il bubbone della seconda repubblica. Al di là di politicismi di varia umanità, lo sguardo costantemente rivolto al passato è ormai il tratto decisivo dell’attuale classe politica. Che come tutti i ceti per troppo tempo al potere, dopo aver dato fuoco a tutte le fiamme disponibili (da Forza Italia al Popolo delle libertà, dall’Ulivo al Partito democratico), gioca a riaprire i vecchi cantieri spacciandoli per nuovi.

La sottovalutazione di questo elemento fisiologico del graduale e inesorabile esaurirsi delle energie di un ceto politico al potere, rischia di produrre un arretramento drastico ai primi anni della seconda repubblica. Alle prossime elezioni, potremmo ritrovarci tre poli come alle politiche del marzo ’94, costituiti con le medesime modalità e animati dalle stesse velleità di allora. Al centro, la parte che fu di Martinazzoli e Segni, potrebbe essere interpretata da Fini e Rutelli, ammesso che qualcosa di significativo resti, al momento delle elezioni, dell’attuale diaspora di Futuro e libertà. A destra, potrebbe ripresentarsi un revival della doppia alleanza berlusconiana, fissata al Nord col patto con la Lega e al Sud col recupero dell’accordo con l’Udc. Certo, il doppio patto sarebbe sancito sulla base delle regole elettorali “porcelle”, ma il senso della doppia alleanza richiamerebbe, né più né meno, l’alchimia fragilissima ideata nel ’94 da Berlusconi. A sinistra poi, la presenza di un Partito democratico indebolito nella sua capacità di attirare elettori moderati, determinerebbe la formazione di un cartello elettorale modello Progressisti, con Bersani a capeggiare un’alleanza tra il suo Pd, i Verdi di Bonelli, i Socialisti di Nencini, Italia dei Valori, Radicali, Sinistra e libertà, Federazione comunista.

Il ritorno al ’94 produrrebbe naturalmente l’ennesima vittoria del centrodestra, ma con significative aggravanti. Già di per sé, la riproposizione di un patto elettorale modello ’94 è un atto di pura irresponsabilità politica da parte del capo del governo. Come allora, l’accordo imploderebbe nel giro di poco, lasciando ancora una volta l’Italia senza guida. Ma le aggravanti peggiorano, se è possibile, un brutto epilogo pure già scritto. Dal lato del centrodestra, infatti, la doppia alleanza territoriale ridurrebbe il Pdl a partito collante, depotenziando significativamente la sua vocazione maggioritaria, che due anni fa gli permise di conquistare il 37% dei consensi. Se lo schema di gioco fondamentale è quello della divisione territoriale, è evidente che la capacità attrattiva dei due junior partner (Lega la Nord, Udc al Sud) risulterà assai rilevante, riducendo il vantaggio per il Pdl di avere il suo leader candidato dell’intera coalizione.

Sul lato del centrosinistra, parimenti, la sconfitta sarebbe un vero e proprio big bang. Nel ’94, il dopo Progressisti, fu segnato dal lento avvicinamento tra popolari ed ex comunisti, verso la costituzione del partito unico (il Pd) attraverso la sperimentazione vissuta nella stagione di governo (l’Ulivo). C’era tempo per risollevarsi dalla sconfitta: i leader erano giovani (dato essenziale) e il cammino politico era tutto ancora da percorrere. La resurrezione dei Progressisti nel secondo decennio del XXI secolo, produrrebbe un ridimensionamento politico di quella che si considerava l’ultima tappa di quel cammino (il Pd), il rifiorire di cespugli e della conseguente pestilenziale frammentazione, la mancata possibilità di utilizzare l’accorsa sconfitta per qualche scopo futuro. Altro che ritorno dell’Unione.

Antonio Funiciello

Vi segnalo questo articolo di Antonio Funiciello

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