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11 aprile 2011

Negli Stati Uniti ci sono delle certezze. Il Superbowl, gli Academy Awards, il tacchino del ringraziamento ed il voto alle presidenziali fissato costituzionalmente ogni 4 anni il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre. Con questa certezza, che val la pena di ricordare a noi manca, il ruolo del comandante in capo si avvia a essere nuovamente sottoposto al giudizio degli elettori.

Eppure in questa precisione astronomica di ricorrenze talvolta la corsa presidenziale diviene un momento unico, in grado di segnare il nostro presente. Non è un caso che le ultime tre elezioni presidenziali abbiano visto una partecipazione ed un coinvolgimento straniero fuori dal comune, con il paradosso di vivere e veder vivere da parte dei cittadini di tutto il mondo una campagna elettorale come un evento a cui si potesse partecipare. Se questo fosse stato possibile per una qualche anomalia della storia politica Al Gore avrebbe vinto a larga maggioranza, la dottrina Bush non avrebbe mai visto la luce, la regina del Ketchup, Teresa Heinz, sarebbe divenuta first lady nel 2004 e Obama avrebbe vinto le elezioni con una maggioranza da far tremare i checks and balances della solida costituzione americana. (continua a leggere su qdr)

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From → analisi, qdr

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