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Non sparate sugli staff

19 giugno 2012

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Pubblicato su Europa, il 19 giugno 2012

E di improvviso l’orrore per la carriera politica degli staff, un po’ perché è una frase che sembra avere un suono adatto in questi giorni funesti antisistema un po’ perché Retequattro ha interrotto da troppo tempo le repliche di West wing che avevano portato con la maestria di Aaron Sorkin le qualità e le specialità che agiscono intorno agli attori politici alla giusta ribalta.
Questa è una difesa della categoria, lo scrive uno che di uno staff fa parte, che ci perde il sonno e che, diciamolo con franchezza, ci si diverte. La vulgata che l’attività di collaborazione con i parlamentari o con chi ricopre cariche istituzionali debba essere considerata squalificante è semplicemente sbagliata e fare finta di niente non solo non aiuta chi questo lavoro lo fa con passione ma contribuisce all’idea di una classe politica appiccicaticcia e tutta uguale.
A dare conforto a tutti noi forse è utile ricordare chi ha lavorato in questi incarichi. Possiamo per esempio citare uno di quelli di cui si parla spesso di recente, quel François Hollande che il 6 maggio è diventato presidente della repubblica francese che nei primi anni ’80 lavorava nello staff di Max Gallo, l’allora portavoce di Mitterand. O potremmo citare Ed Milliband l’attuale leader del labour britannico che appena terminati gli studi fu catapultato nel delicato ruolo di consigliere di Gordon Brown dal 1997 al 2002.
Rahm Emanuel, l’attuale sindaco di Chicago? Da collaboratore del poco noto (in Italia) senatore Paul Simon nel 1984 a capo dello campagna del Democratic National Congressional Committee in soli quattro anni. La sua carriera proseguirà gloriosamente vicino a Bill Clinton fino all’entrata nel Congresso degli Stati Uniti nel 2002. Pochi esempi tutti stranieri, tutti ammirati o da ammirare, nessun italiano per non cadere in qualche luogo comune sull’idea che qui tutto funzioni male, che tutto porti a paludi senza speranza.
Lavorare a fianco di chi rappresenta i cittadini nelle istituzioni è un grande onore ed un privilegio ma non provate a figurarvelo come un lavoro da passacarte, certi miti vanno sfatati. Non esistono due collaboratori uguali l’uno all’altro, il cui lavoro sia analogo, così come non esistono due politici uguali. Seguiamo passo passo quel che accade, facciamo la nostra parte e spesso ci troviamo catapultati in situazioni paradossali che sia il 24 dicembre o il 15 agosto. E siamo fieri di farlo in un’attività che è politica, senza mezze misure. È paradossale che chi si scaglia contro questa scuola di politica sia un suo esponente preminente quale Matteo Orfini, che come ha avuto piacere di ricordarci, una recente intervista al Fatto, è stato a fianco di Massimo D’Alema fin dentro palazzo Chigi per poi oggi occupare un posto di rilievo come responsabile cultura del Partito democratico.
Un assistente o un collaboratore quindi matematicamente ha le carte per diventare uno straordinario attore politico? Certamente no, così come un calciatore di straordinario talento potrebbe rivelarsi un pessimo allenatore ma basta ricordare che in democrazia anche la migliore delle cooptazioni finisce prima o poi per essere giudicata dagli elettori e se oggi il discredito inquina le nostre istituzioni è prima che per i comportamenti della classe politica la mancata possibilità di far valere le proprie decisioni da parte dei cittadini, una debolezza strisciante nella loro capacità di legittimare una forza politica o l’altra.
I collaboratori, gli staffer, gli uomini ombra della politica esistono e la loro qualità influenza direttamente l’operato della classe dirigente. Del resto il migliore di tutti noi, Machiavelli, scrisse: «E la prima coniettura che si fa del cervello d’uno signore, è vedere li uomini che lui ha d’intorno».

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