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Perduti Democratici

7 marzo 2013

94_degiorgiSenza che siano trascorse due settimane dall’esito del voto politico, osserviamo già l’uso strumentale e un po’ ottuso dei dati per giustificare posizionamenti ideologici e non aderenti alla realtà da parte dello stesso gruppo dirigente che, al netto di differenziazioni date da nomi evocativi, non si è distinta ne’ nelle corsa per le primarie ne’ nella campagna politica per una convinta critica alla linea politica adottata dal PD.

Chi oggi rivendica un partito democratico come partito di sinistra classica, magari rinnovato negli strumenti di dialogo con la propria constituency (come se una diretta streaming bastasse) dovrebbe avere la lucidità e la memoria di ripercorrere gli ultimi 3 anni di battaglie politiche, non limitandosi a difendere la rigorosa attività parlamentare, ma anche e soprattutto la continua e imperterrita gestione della strategia delle alleanze elettorali insieme ad una visione delle istituzioni inadeguata a rispondere sia alla crisi che alla domanda di politica dei cittadini.

E’ l’approccio di sempre per noi che qui a qdR portiamo avanti, dal giorno in cui ci siamo costituiti, una critica che voleva avere l’opportunità di misurarsi non solamente in una corsa elettorale, ma in quei luoghi di discussione politica che abitualmente fanno si che un partito possa definirsi tale. Dato l’elevato numero di direzioni sciolte all’unanimità non credo si possa parlare di battaglie politiche.

Una strategia identitaria per un PD nostalgico delle proprie radici, affezionato al valore dell’eredità storica, interessato a svolgere un ruolo nella gestione dell’Italia più che a governarla, interessato a parlare come un soggetto inconfondibile. Un soggetto che, nel vedere allontanarsi nel corso di questi tre anni rappresentanti e pezzi di elettorato, ha sempre esultato, cantando le lodi di una presunta purezza culturale, nell’assunto che nell’omogeneità potesse rinascere una classe politica in grado di intercettare un consenso sempre più ampio. Restringere per l’allargare puo’ essere un motto acuto ma, a conti fatti, non vuol dire nulla.

Il PD ha quindi rinunciato a svolgere quella funzione di partito coalizionale, che era nelle ragioni dell’Ulivo orientato ad essere catalizzatore di un processo di semplificazione del quadro politico ed insieme di valorizzazione delle dialettiche e dei processi decisionali aperti nelle rispettive ali parlamentari. Bipartismo, democrazia decidente, riforma istituzionale.

Non è fallita la campagna elettorale del PD in quanto tale, è fallita la proposta scritta nella mozione Bersani, e di fronte a questo fallimento l’unica discontinuità che abbiamo misurato è quella dei comportamenti. Da un Bersani, e con lui dal corpo dirigente del PD, mosso dall’idea di governare il consenso a partire da un posizione di maggioranza, ad un Bersani che, nella sconfitta, intende governare come se godesse di numeri maggioritari.

Si è dimostrata la pervicacia di quell’atteggiamento autodistruttivo del party first contrapposto al banalmente riformista country first. Nel mentre facevamo radiografie ad un elettorato immaginario la domanda di politica, non potendo/volendo essere intercettata ne’ da noi ne’ dal centrodestra, è finita nel più improbabile dei soggetti, quel movimento 5 stelle che irridiamo e contemporaneamente corteggiamo.

L’Italia nel frattempo non ha risolto i problemi strutturali che la hanno resa preda della crisi finanziaria e, se anche ci divertirebbe assistere ad un agone politico costruito da persone coraggiose disinteressate ai mercati, al benessere, all’Europa, non possiamo nasconderci la fragilità della nostra forza. Forse prima di dimostrarsi coraggiosamente irresponsabili varrebbe la pena ricordarsi a quale costo e sulla pelle di chi vogliamo essere cosi temerari.

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