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PD, la forma è sostanza

12 marzo 2013

rorschach11Un anno fa su qdR riflettevamo e ponevamo la questione della forma partito e della dimensione della struttura organizzativa del partito democratico che ci risultava al tempo essere cresciuta per ragioni poi spiegate da Antonio Misiani, tesoriere del Partito Democratico. Ponevamo una questione, dialetticamente, appoggiati alla semplice osservazione di un bilancio che per quanto pubblico e al tempo stesso opaco nelle sue voci ci consentiva una disanima delle dimensioni di spesa, spesa com’era al tempo non indifferente specie nelle voci relative al personale.

Un anno dopo il partito Democratico, il nostro partito, è nuovamente al centro di un dibattito legato a spese e a strutture, ovvia conseguenza di un dibattito intorno al tema del finanziamento pubblico alla politica che nonostante aleggi in Italia dal 1993 a seguito della vittoria referendaria non ha ancora trovato un’applicazione efficace che possa tenere insieme il sistema istituzionale ed il desiderio dei cittadini verso un sistema dei partiti meno statalizzato.

Siamo oggi in una condizione migliore rispetto ad un anno fa quando ponemmo per la prima volta il tema dell’organizzazione e della contendibilità del PD? Dopo la risposta del tesoriere, che ci offriva utili precisazioni e al tempo stesso riconosceva la necessità di una riflessione, in un momento di crisi diffusa non sono stati compiuti passi avanti che oggi avrebbero fornito argomenti solidi per controbattere efficacemente alla diffusione da parte di Dagospia di un testo un po’ confuso e con inesattezze ma che ci rende in modo vivido una fotografia di un partito democratico del quale sappiamo di dover rendere conto.

Nonostante il 15 luglio del 2012 si sia affrontato un dibattito ampio sulla forma partito non ci sembra che da questo, come purtroppo da diverse altre esperienze di approfondimento abbiano fatto seguito delle conseguenze misurabili. Gli atti di quel convengo sono ancora oggi fortunatamente disponibili e ci danno prova, se ce ne fosse bisogno, della discrasia tra politica pensata e politica praticata.

“Abbiamo bisogno di un partito che sia il più leggero e il più aperto possibile, compatibilmente con la capacità di svolgere quella funziona basica che un partito deve garantire ad un paese. Abbiamo perciò bisogno non di un professionismo di carriera, ma di snodo, legato al riconoscimento della specificità della politica.”

Con questa parole Bersani tratteggiava a luglio alcuni aspetti del partito da costruire e riformare, eppure la situazione non è mutata. Così come parlavamo di una legge elettorale maggioritaria e il PD in quanto tale non ha partecipato al referendum che nel 2011 la realizzava. Così come parlavamo di un partito aperto e contendibile ed abbiamo fatto ciò che era nelle nostre disponibilità per condizionarne la competizione interna.

Ecco allora che la dialettica interna non puo’ che essere vissuta come un fastidio, ecco che gli avvisi che segnalano scogli in vista non possono che essere trattati come chiacchiericcio, ecco che un partito che si professa democratico non puo’ che scoprirsi fermo, incapace di rappresentare più della propria identità, incapace a rappresentare un progetto per l’Italia.

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