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Con Prodi

23 aprile 2013

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Romano, Romano, Romano. Il nome del nostro fondatore è stato ripetuto nella scorsa settimana, quella che iniziava il 15 di aprile e terminava con il collasso del nostro partito. Oggi, a valle di una frana senza precedenti, possiamo dirci salvi solo per il coraggio di Giorgio Napolitano di proteggere non un’area politica, o uno sbilenco accordicchio, ma una nazione, la nostra.

Tanto oggi bisogna amare l’Italia per non volere rovesciare tutti i tavoli, per non smettere di occuparsi di quello spazio ineludibile e condiviso che è la politica. Tanto dovremo ancora soffrire, perché se Napolitano ha salvato l’Italia non gli si può e non gli si deve chiedere di salvare l’anima, l’ethos, del centrosinistra. Nel gioco delle responsabilità sarebbe un compito appena sufficiente andare a cercare coloro che nella libertà del loro mandato parlamentare hanno votato in altro modo da quanto pubblicamente dichiarato nella mattina durante la riunione del gruppo parlamentare. La stessa che aveva fatto ricorso al nome di Romano prodi per superare l’empasse nel quale la ricerca goffa di un voto condiviso, basato sulla qualità individuale di Franco Marini e non di un progetto politico per l”Italia ci aveva portato.

Romano Prodi era l’ultima risorsa politica della seconda repubblica, la nostra migliore energia simbolo contemporaneamente dei limiti di questi vent’anni troppo sterili per regalarci una nuova classe dirigente eppure pieni e resi vitali dalla ricerca di sistemi istituzionali in grado di essere legittimati e partecipati. Quando negli anni ’90 quel gruppo che si costituiva intorno al Professore sognava primarie, impegno civile, larghe maggioranze e bipolarismo, non aveva forse già capito che negli anni a seguire la crisi dell’affluenza, l’individualizzazione della società, la crisi dei sindacati avrebbe richiesto un sistema politico all’altezza, semplificato, comprensibile e comunicabile? Non è forse chiaro a tutti oggi che la battaglia per portare il lavoro politico dal retroscena alla scena serviva a proteggere le energie e le forze democratiche al malessere ben rappresentato di Grillo.

Nell’attesa della quarta votazione, nonostante le ampie rassicurazioni, è parsa evidente l’insufficiente consapevolezza dei parlamentari democratici e di coloro cui è deputato il governo del più grande gruppo parlamentare delle istituzioni italiane: da loro avrei voluto ascoltare parole di contrizione e di attenzione. Perché se nel totale rispetto dell’indipendenza di ogni singolo parlamentare è possibile accettare l’esito della votazione, lo è meno il senso politico di avere un gruppo, e di averne legittimato una leadership, se questa non è in grado di comprendere che la misura della differenza che intercorre dall’acclamazione unitaria per Prodi e il 25% di franchi tiratori, equivale a non vedere un elefante nella cristalleria.

E a ritroso, come a seguire un filo di Arianna inverso che ci porta al centro del labirinto, la linea politica del Partito non poteva che portarci a questo. Avevo e avevamo confidato che il nome di Prodi, agitato da Bersani, fosse sufficiente a dimostrare il ritorno ai principi ispiratori del Partito Democratico e il conseguente abbandono di quella discrasia divenuta insopportabile tra politica pensata e politica praticata. Tuttavia la stratificazione dell’errore è troppo complessa e il labirinto degli errori è tale da trasformare l’unico uomo in grado di salvare l’unità del centrosinistra e la seconda repubblica nella prova che la stagione politica dell’Ulivo non solo è conclusa, ma disconosciuta dai suoi eredi.

Ciò che si è consumato in parlamento è una Cartagine politica con cui dovremo presto fare i conti perché per ripartire non basterà agitare dei santini, o dei manifesti.

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