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Matteo non candidarti, il partito non è pronto

14 maggio 2013

Pubblicato su Europa il 14 maggio 2013

eedbee2ed7eda77bb9ee1000e8917ff6La richiesta a Matteo Renzi è diventata un genere letterario di una certa popolarità, comunemente agitato da argomenti come: “necessità” e “urgenza”, due categorie che raramente portano a scelte “giuste”.

A queste ragioni, altrettanto frequentemente, si aggiunge la caratteristica che dovrebbe motivare la scelta di Renzi: la generosità. Parola che nel vocabolario politico del nostro partito generalmente è paragonabile ad “autolesionismo”.

Caro Matteo, non candidarti, non offrire una facile via di fuga al nostro, al tuo partito. Segui come sempre hai fatto la via più impervia, quella che realmente può cambiare le cose ed in questo caso il Partito democratico.

La candidatura di Renzi allo stato attuale non potrebbe che apparire come quella di una facile “foglia di fico” per nascondere sotto il tappeto i reali problemi, producendo due tipi conseguenze: da un lato, una ripolarizzazione dei gruppi interni, le vecchie anime del partito, che seppur danneggiate rimangono in molti luoghi tenutari del voto organizzato.

Dall’altro, un coacervo di finto unanimismo pronto a tutto pur di salvaguardare quel corpaccione di apparato che sempre più sembra guidato solo dall’istinto di sopravvivenza.

Ciò di cui noi, come partito, abbiamo veramente bisogno è di una nuova e radicale discussione sulla natura stessa del Pd, sulle sue forme statutarie ed organizzative, sui suoi meccanismi decisionali e di definizione delle politiche. Il rischio è continuare questa insopportabile torsione tra scelte predicate e legittimate opposte a quelle realmente svolte dentro e fuori le istituzioni, dalle alleanze alle leggi elettorali, dalle politiche sociali a quelle economiche.

Ciò di cui noi abbiamo bisogno – prima di spendere la nostra migliore carta, Matteo Renzi – è di un congresso ri-costituente, capace di dire quella verità che troviamo in ogni circolo ma che non troviamo mai in una assise nazionale: che il Pd è più il figlio del passato, di un “amalgama” mal venuta, che di una scelta del futuro; che il Pd è più figlio di una sommatoria di partiti del proporzionale, prima che un partito del maggioritario; che il Pd è il partito del bipolarismo europeo e non del potenziale tripolarismo gran coalizionale del 2013.

Chi ha il dono della memoria ricorderà come il centrosinistra e in generale i grandi partiti affrontino momenti di grave crisi ciclicamente da vent’anni (1994, 2001, 2007). Siamo passati, senza soluzione di continuità, da una crisi “nei” partiti ad una non più equivocabile e non più ignorabile crisi “dei” partiti. E ci siamo arrivati come centrosinistra nel modo peggiore possibile, avendo con troppa facilità accettato che la nostra direzione dal 2009 ad oggi fosse romanticamente orientata al passato, guidata ad offrire all’Italia un’élite formata con la nostalgia del tempo che fu, aderente a fotografie statiche e non desiderosa di assomigliare al dinamismo che la società oggi ci chiede, che la crisi oggi ci impone.

“Un senso a questo storia” è stato cocciutamente impresso negli ultimi anni ad ogni fibra del nostro partito e non possiamo sottovalutarne gli effetti profondi. L’azione politica incide nella società ed essendo essa stata rivolta per tre anni alla definizione di un collettivo, questo, oggi, nostro malgrado esiste. Proprio le primarie del 2012 lo hanno dimostrato.

Come si può quindi credere che l’attore politico che meglio di altri ha saputo rappresentare la società aperta, post ideologica, possa oggi realizzare il suo progetto di cambiamento dell’Italia attraverso un congresso per salvare, come lo definisce Stefano Menichini, un corpo ansimante e in ginocchio?

Non possiamo chiederglielo perché il Pd oggi è lontano dall’essere un corpo vivo; le categorie che vi si possono applicare iniziano e finiscono al regno della meccanica e della burocrazia e il dibattito ancora una volta sembra preoccupato solo della sorte del partito e non dell’Italia che dovrebbe rappresentare.

Quello che Matteo per tutti noi può fare è imporre il tono del dibattito nel partito. Una richiesta esigente di rifondazione del partito che ne coinvolga le anime nella ridefinizione delle regole statutarie, una ricostruzione autentica che ci riporti ad assomigliare a quel partito che volevamo costruire.

Affidiamo quindi con le armi della politica al nuovo congresso un mandato costituente e misuriamoci in questa sfida sulla base di chi vorremmo essere più di che cosa siamo oggi.

Approfittiamo della possibilità che ci dà questo governo di larghe intese per ripensare le ragioni dei Democratici e quale sia la loro missione.

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