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Quello che la Siria chiede alla politica

3 settembre 2013

ImmagineIn Siria in questo esatto momento qualcuno sta morendo. Questo è ciò che dovrebbe accompagnare ogni pensiero ed ogni parola che rivolgiamo al Medio Oriente, al regime di Assad, alla delicata situazione internazionale. La morte senza ragione, incomprensibile, crudele e invisibile come quella data dal gas sarin, l’impossibile definizione di armi e interessi che tranciano via la vita e le speranze di bambini, donne e uomini innocenti. Prima di parlare della Siria ancora una volta dovremmo mettere a fuoco questa immagine. Donne e uomini che vedono da due anni sfilare davanti i loro occhi una guerra civile, fratricida ed insopportabile.

 In Siria è necessario agire con forza e determinazione perché non ci sono e non ci saranno mai giustificazioni all’attendismo sbilenco di chi cerca di misurare la propria coscienza. In Siria e per la Siria l’Italia deve velocemente e radicalmente intervenire. Non possono esserci dubbi, su questo non possono esserci incertezze. Come questo debba essere fatto è materia che dovrebbe essere affrontata con l’autorevolezza di chi può ponderare le carte, di chi può osservare in filigrana come e dove si possa colpire per interrompere questa orrenda follia. L’Italia pare invece  trincerarsi dietro la richiesta di legittimità internazionale quando la più formidabile arma delle democrazie è pronta: la politica.

Dov’è la politica? È possibile che si sia veramente persa traccia del suo senso se la impieghiamo solo a capire quando ci sarà un organismo all’altezza di dirci cos’è giusto fare? Dov’è la politica se non si fa carico invece di costruire un nuovo soggetto o di legittimarne uno in grado di far sentire la propria voce?

Perché non chiediamo alla Nato, e non ai soli Stati Uniti, di prendere il controllo e di mostrare come il Patto Atlantico e la sua capacità di costruire sicurezza siano pronti ad intervenir? Possiamo permetterci di vedere la Turchia esposta e con una crescente insicurezza ai propri confini?

Perché l’Italia non ha dispiegato mezzi e risorse in Libano per offrire sostegno ad un paese amico che si trova a dover affrontare l’esodo di un milione di cittadini siriani in cerca di aiuto e riparo. Aiuto e riparo che nessuno stato può offrire da solo senza a sua volta destabilizzarsi e diventare esso stesso parte di un problema più grande.

Perché non abbiamo ancora guidato la richiesta di aprire un corridoio umanitario delle dimensioni e dell’ampiezza di mezzi tale da dare sollievo alle popolazioni in crisi?

Perché l’Italia non fa sentire la propria voce con quello che è uno dei propri partner economici principali, quella Russia di Putin, che oggi si rifiuta di fare la propria parte nella società internazionale, negando la propria qualità di attore internazionale che detiene quel diritto di veto che ha contribuito ad annichilire l’efficacia delle Nazioni Unite?

Chi oggi punta il dito verso l’America di Obama dimentica come gli Stati Uniti troppo a lungo hanno supplito alla mancanza di politica estera europea, Stati Uniti che tramite il loro presidente avevano avvisato già nel 2012 che sarebbe venuto il momento in cui la comunità internazionale avrebbe dovuto farsi carico delle proprie responsabilità, in cui l’Europa avrebbe dovuto occuparsi del mediterraneo.

E quale messaggio stiamo dando ai cittadini dei paesi alleati? Quale messaggio ci sentiamo di dare agli americani che si apprestano ad iniziare un dibattito democratico complesso, delicato, che deciderà non la politica dei prossimi mesi ma dei prossimi anni?  

Il Presidente Obama e la sua politica, volta a costruire corresponsabilità e maturità nella comunità internazional,e non devono essere lasciati soli, tanto maggiore sarà il silenzio intorno a quella linea politica tanto maggiormente saremo noi ad aver ripudiato la nostra amicizia con gli Stati Uniti, a rinunciare alla loro funzione nella sicurezza collettiva.

Noi Italia, fino ad oggi, ci siamo limitati negli ultimi anni a sacrificare sull’altare della crisi  sempre di più mezzi, risorse e strumenti. Non solamente abbiamo tagliato e ridotto le nostre risorse nel bilancio della difesa, riducendo di molto l’efficacia di un qualunque nostro intervento di peace enforcement o di interposizione ma abbiamo tagliato i nostri investimenti nei programmi condivisi con i paesi alleati chiedendo a loro di gestire un insopportabile aumento dei costi.

La Siria non è il banco di prova della nostra politica estera, la Siria non è la dimostrazione che le Nazioni Unite per come le conosciamo sono un retaggio del passato, la Siria è un paese dove nel momento in cui ne parliamo, civili innocenti muoiono.

La Siria è la richiesta che il mondo fa alla politica.

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